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Toto Cutugno è un diversivo

Quella qui sotto è la cronaca che ha fatto Diego sul suo blog, dell’incontro troppo ravvicinato con Corona e Belen (con appunto il diversivo di Toto). Alcune immagini di quanto raccontato dovrebbero andare in onda stasera a Parla con me, in un’anticipazione del video sul Festival (previsto per giovedì), nella puntata speciale con Elio e le Storie Tese.

Caro Zoro, ma è vero che sei andato a Sanremo a seguire il Pd che s’incontra col paese reale? Cosa si stanno dicendo? Dove s’incontrano?Circolo Pd YouBelen

Toto Cutugno è un diversivo, lo si capisce subito. E però ormai sono almeno quaranta minuti che siamo davanti al ristorante di pesce e non succede niente, e qui la gente impazzisce anche per Marcello di Antonio e Marcello (che tra una foto e l’altra sembra dimenticare di dover rientrare a pagare il conto), figurarsi per un italiano vero.

E siccome l’italiano vero è di tutti, proprietà condivisa, bene inalienabile, ognuno di noi ha diritto ad almeno un brandello di cutugnità, ce lo siamo meritato negli anni, è nostro diritto. E poi, se Belen e Corona sono ancora dentro a quel ristorante a sorseggiare caffè, a farsi zoomare attraverso le tende che danno sulla strada mentre qualcuno comunica loro che il popolo italiano gli ha preferito il Principe Savoia, il merito è pure suo. E però il popolo italiano ha ripescato Savoia, me lo ha confidato Giletti, che a passo svelto fa da fiero messaggero di buone notizie per il casato.

Quando Toto esce con gli occhiali da sole e l’orecchino che brilla, un tizio gli va sotto la scucchia, e brandente microfono gli urla: “dicci qualcosa, sono di Spoleto!”. Toto si ferma, e ricorda quella volta che in Umbria.

Altri dieci metri e un uomo lo blocca e implora “Toto, noi siamo di Otranto!”. Cutugno resetta la memoria, e torna a quando quella volta a Otranto, o giù di lì, che tanto è uguale. Poi scappa verso l’Ariston, e quando è ormai lontano addirittura venti metri, che altrove sono niente ma qui sono l’abisso, uno di quelli che lo aveva fermato e fotografato, perplesso chiede all’amico “ma chi cazzo era quello?”.

Ma Toto Cutugno è un diversivo, è troppo evidente, e noi abbiamo abboccato. Con le nostre telecamerine dalle batterie insufficienti per reggere la sostanza dell’urto di troppa apparenza, con le macchine d’autografo e le penne digitali, abbiamo mollato la postazione. Rapidi, riscendiamo verso il ristorante, e un’aragosta triste, una di quelle che prima o poi sarà votata per finire nel souvenir da festival di avventori in vena di ripescaggi, dall’acquario ci fa segno che non ci siamo persi niente.

Belen e Corona hanno tempo, Belen e Corona sono il tempo che fa, qui a Sanremo. E noi lì fuori, noi testimoni del paese reale, noi che facciamo finta di no ma siamo paese reale soprattutto quando pensiamo di poterlo prendere per il culo, noi con le spillette di Enrico Ruggeri sul cappello (che c’è anche lui nel ristorante) e l’autografo di Marcello stretto nella tasca, noi che due signori che passano ci guardano e si dicono “a me più che quelli dentro so questi fori che me fanno pena”, aspettiamo.

Corona s’accende la sigaretta, serra la mandibola e tranquillamente incazzato esce. Ci vuole allenamento ad essere incazzati così, tenacia, calma e sangue freddo; c’è il rischio di dimenticarsene di essere incazzato, e di mandare all’aria tutto. Ma Corona è un professionista, siamo tutti lì per lui, soprattutto i maschi eterosessuali, per i quali Belen è solo un pretesto.

Belen, perfetta, segue il suo uomo. E volano sedie e tavolini, tutti calpestano tutto tranne Belen e Corona, che sospinti da pattini invisibili prendono metri guardando avanti, senza sorridere mai, pensando al futuro, al destino, alla vita, e a tutti noi stronzi che per loro, ora, faremmo di tutto. Nel pogo collettivo mi ritrovo all’improvviso dove tutti vorrebbero essere: dietro a Belen.

Strap, statastrap, parastrap!
Qualcosa s’incaglia, s’impiglia, s’aggancia sotto le mie scarpe. Belen, all’improvviso, si blocca. La folla inchioda come una Ferrari che decide all’improvviso di fermarsi al semaforo. Fa caldo, ma sento freddo, perché ho capito. Denudare Belen è fantasia ricorrente, ma al dunque, quando stai per farlo senza saperlo, ti fa sentire incredibilmente in pericolo.

“Per favore”, mi dice calma guardandomi come si guarda l’ultimo dei maniaci tristi, “per favore”, ripete divamente scojonata. Trattengo il respiro, non dico niente, ho paura, alzo i piedi.
E si riparte. Verso la Porsche di Corona, che monta alla guida senza poter guidare, tanta è la folla che gli urla “Corona spacca tutto! Corona picchia tutti!”. Belen s’accomoda nervosamente mentre un tizio la ringrazia confessando: “a Belen, un paio te l’ho dedicate!”. Intorno in tanti fanno sì con la testa.

E’ lì che una signora bionda si spalma sul cofano e guardando negli occhi Corona, occhi che pensano al domani, al futuro, alla
galera, al destino e a tutti noi stronzi che saremmo disposti a farci arrotare dalla sua Porsche pur di portare a casa un ricordo, gli urla isterica “non è così che si parcheggia! non è così che si parcheggia! bastardo!” Senza sgommare, lentamente, la macchina scivola via.

Storditi e ubriachi da tanto fantastico niente, ci guardiamo tutti raccontandoci i nostri attimi, i nostri personalissimi, irripetibili, unici momenti di dolce vita. Si condivide, si ride forte, si sniffano piste d’adrenalina, ci si distrae un amen, e l’onda, più che un’onda una risacca, riparte.

Sta arrivando il Principe ripescato. Che è contento e ringrazia l’Italia lì per strada, come può, come sa. E’ ora di andare. Tra poco, a qualche centinaio di metri troppo lontani da tutto ciò, c’è il dopofestival del Pd.
Che qualcuno racconti loro tutto questo.

Da la posta di Zoro, n.79 (dal Riformista di oggi)

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