Di ritorno dal Materacamp scrivo un post dal titolo Scambiamoci un segno di daje, che diventa presto – anche per assenza di concorrenti – un primo abbozzo di manifesto programmatico del dajismo. Mica cotiche.
E’ il daje che è lo slogan mancato di una sinistra che poteva farcela, antidoto energetico allo sgomento generazionale che non riesce a risolversi se non affidandosi a passati mitologici o a relativismi personalistici, stimolo apotropaico a ritrovare dal basso uno spirito di comunità smarrito in un retorico cacadistinguismo, esortazione mobilitante che non parla sottovoce, non è marzulliana né correntista, che non sta per forza in mezzo e se può fischia, che si diffonde da vicino a vicino – come da video – per contagio di prossimità (è sul territorio, è sul territorio), che invece di bullarsi di prevedere il futuro prova a crearlo: daje! Daje! Daje!

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